Argentina-Spagna, finale Mondiale 2026: Messi sfida la Roja
La finale del Mondiale 2026 sarà un affare tutto in lingua spagnola. Da una parte l’Argentina di Lionel Messi, trascinata a New York da una semifinale folle contro l’Inghilterra ribaltata nel finale. Dall’altra la Spagna di Luis de la Fuente, macchina quasi perfetta che in tutto il torneo ha subito un solo gol. Due filosofie diverse, un unico obiettivo: alzare la Coppa del Mondo.
La semifinale di Atlanta contro l’Inghilterra sembrava incamminata su tutt’altro copione. Al 55° un sinistro di Anthony Gordon aveva gelato l’Albiceleste, in un momento in cui l’attesa era tutta per Harry Kane. Fino all’85° la nazionale di Scaloni aveva un piede sull’aereo di ritorno, incapace di rompere il muro dei Tre Leoni e con la sensazione che, questa volta, il destino non avrebbe girato dalla parte giusta.
Poi il quarto d’ora che ha rimesso tutto in piedi. Messi ha alzato il baricentro, ha cominciato a cucire il gioco tra le linee e in cinque minuti l’Argentina ha ribaltato il match. Prima l’invenzione per Enzo Fernandez, poi l’appoggio per il tocco vincente di Lautaro Martinez. Due firme già viste a Doha nel 2022, riproposte quattro anni dopo con la stessa freddezza.
Il cammino argentino è del resto una rincorsa continua al limite. Vittorie ai supplementari con Capo Verde e Svizzera, poi la rimonta contro l’Egitto da 0-2 a dieci minuti dalla fine. Una squadra che sembra vivere di adrenalina e di sopravvivenza, ma che nei momenti chiave trova sempre il pallone giusto sui piedi del suo capitano. A 39 anni, Messi ha davanti l’occasione per il secondo titolo iridato personale e per un sorpasso simbolico su Diego Armando Maradona nel computo dei trofei mondiali.
La Spagna, invece, ha viaggiato su un binario opposto: continuità e controllo. Un solo gol subito in sette partite, il possesso palla trasformato in dogma, una difesa che ha finora retto a ogni scossone. Il percorso della Roja è un elenco di scalpi pesanti: fuori il Portogallo di Cristiano Ronaldo, poi il Belgio di De Bruyne e Lukaku, infine la Francia di Mbappé e Dembélé nella semifinale di Dallas.
Nel mezzo, le firme sono state distribuite con generosità. I gol nel finale di Mikel Merino, gli strappi di Lamine Yamal sulla destra, le geometrie di Fabián Ruiz e Dani Olmo, le coperture di Marc Cucurella, gli inserimenti di Pedro Porro, le realizzazioni di Mikel Oyarzabal. Un blocco che ha aggiornato l’antico tiki-taka in una versione più verticale e diretta, senza rinunciare al comando del pallone.
La finalissima mette quindi di fronte due modi opposti di intendere lo stesso calcio. Il collettivo spagnolo, matematico e implacabile, contro l’estro individuale argentino, quel misto di improvvisazione e qualità che nelle partite secche pesa quanto un modulo tattico. Il Mondiale più sorprendente degli ultimi anni si chiude a New York, con una finale che pochi avrebbero scritto così alla vigilia.
Foto: Quintin Soloviev / Wikimedia Commons